Make your own free website on Tripod.com

EUGENIO PRATI

 
.......

 

La pittura di Eugenio Prati ha Il dono speciale di rIportarci indIetro nella storia, al tempo in cui le conquiste tecnologiche di fine Ottocento non avevano ancora rivoluzionato le tradizioni di vita, gli usi e I costumi della Valsugana, tramandati per generazioni e poi scomparsi insieme con alcuni luoghi inghiottiti dalla furia devastatrice della grande guerra. Nato a Caldonazzo il 27 gennaio 1842, all’età di quattordici anni lascia la Valsugana per farvi ritorno ventitré anni più tardi. Una lunga assenza dovuta all’apprendistato artistico compiuto a Venezia, Firenze e Roma, più volte interrotto dai soggiorni in Trentino. Durante questi anni conosce la realtà della vita cittadina, il violento e netto contrasto tra la Sontuosità degli ambienti aristocratici e la miseria più squallida. L’interesse per il so­ciale lo spinge ad allontanar­si dai temi di tradizione pitto­rica e a prediligere soggetti le­gati ai ceti più poveri e umili, a ritrarre la disperazione di persone private di tutto, an­che della propria dignità. Conosce situazioni a lui nuo­ve e si sente disarmato da­vanti a una realtà che non la­scia posto alla speranza, a ve­rità inumane che stridono con gli equilibri della vita di campagna, difficile e dura, ma costruttiva, alleviata dalla fiducia in una natura che offre sempre qualcosa da mangiare e panorami incantevoli che allietano gli animi, anche di chi compie i lavori più faticosi. Questa è la vita che troviamo sapientemente descritta nelle tele presenti in mostra a Trento. Un omaggio doveroso al più importante narratore della vIta trentina ottocentesca che sa cogliere le atmosfere magiche e poetiche della sua ter­ra, la serenità e la solidarietà di contadini e pastori che lavorano fianco a fianco tra letture e racconti, scherzi e sorrisi. L’abilità pittorica appresa nel lungo periodo di formazione accademica e dagli influssi delle scuole realiste e veriste di secondo Ottocento del Centro e Nord Italia, gli consente di sviluppare uno sti­le alquanto personale non riconducibile a un’unica corrente artistica. La sua pennellata passa dal tratto ampio e carico di colore della pittura di macchia a quello vaporoso e sfumato ella pittura scapigliata a quello rapido e assottigliato del tocco sfrangiato di ispirazione favrettiana. L’uso del pennello varia in base al soggetto da raffigurare: paesaggi montani e lacustri, particolari di abiti trentini, nature morte di arcolai e utensili da cucina posti intorno al focolare. Attento osservatore degli animi umani, li indaga con delicata curiosità, priva di malizia e di invadenza. In mostra, cinquantacinque opere dedicate in larga parte a storie di vita quotidiana che illustrano un susseguirsi di sentimenti spesso incorniciati da splendidi paesaggi tren­tini. Di fianco alle tele che raffigurano le molteplici sfaccettature dell’amore - da quello materno di Amor mio, a quello coniugale di Amor non prende ruggine, a quello adolescenziale di Idillio - i volti inaspriti e delusi di Ira e Gelosia, lasciano il posto alla malinconia di Crepuscolo, allo smarrimento di Piccolo cantiniere, allo sguardo angelico di Innocenza e a quello pentito di Perdono. I1 rispetto e l’amore per la natura, con i suoi ritmi vitali e le sue infinite ricchezze, si ritrovano nei paesaggi che spesso fanno da sfondo alle scene di genere: i boschi con giochi di colori che si rincorrono tra le fronde degli alberi, i monti con il profilo delineato dal ri­verbero della neve in una gior­nata di sole, la quiete delle acque lacustri su cui si affacciano morbidi declivi. La calda luce del tramonto che tinge di rosa il cielo limpido rispecchiandosi nelle acque del lago di Caldonazzo, richiama a casa contadine e pastorelle che, sulla via del ritorno, si fermano a pregare ac­compagnate dal suono dell’Angelus. Con la sua scomparsa avvenuta in un giorno di marzo del 1907, i racconti narrati nei dipinti entrano a far parte della storia del Trentino e oggi vengono proposti al pubblico nella speranza che, come scrisse Paolo Zadra nel 1925, “quest’uomo dimenticato tornerà forse a ri­vivere tra i cittadini di Trento e d’Italia quando una prole ingenua che non ha vissuto la guerra, gli chiederà ancora le storie di un tempo, qualcuna di quelle che l’artista aveva appreso sulle rive del Brenta fra i muriccioli coperti di rose di macchia, tra i ruderi del patrio castello dove, fanciullo, aveva sognato le streghe e raccolto fiori di gelsomino”.