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Storie D'ABRUZZO
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La liberazione del Duce

 

Mappa dell'Abruzzo

 

Il Duce prende il volo

 

 

Pescara

 

 

Chieti, Porta S.Anna

 

Chieti, Porta Pescara

 

Chieti, S.Giustino

 

Chieti, Porta Pescara

 

Chieti, Corso Marrucino

 

 

I REALI

Una Storia Conosciuta da pochi,raccontata dai nostri padri o scritta in qualche giornale dell'epoca ormai ingiallito..........All'alba del 9 settembre 1943, un corteo di sette auto blu muove in tutta fretta dal Ministero della Guerra, uscendo dall'ingresso secondario di via Napoli, diretto a Pescara. A bordo vi sono ventidue persone tra le quali il re Vittorio Emanuele III, la regina Elena, il principe Umberto, il Maresciallo Badoglio, ministri militari del suo governo, alti ufficiali.Ma perchè questa partenza così improvvisa e precipitosa, tanto da  apparire all'opinione pubblica una vera e propria fuga ?  Come abbiamo visto, siamo alla fine dell'estate del 1943. Qualche mese prima, esattamente nella notte tra il 24 e il 25 luglio, di fronte al precipitare della situazione politico militare, il Gran Consiglio approva la mozione di sfiducia Grandi contro Mussolini, determinando in pratica la fine del Fascismo. Mussolini viene fatto arrestare dal re il pomeriggio dello stesso giorno 25 e, dopo una sosta di due giorni presso la Scuola Allievi Carabinieri di via Legnano oggi via Carlo Alberto dalla Chiesa (trasferito prima all'isola di Ponza, quindi alla Maddalena e successivamente, il 28 agosto, a Campo Imperatore sul Gran Sasso, dove verrà poi liberato dai Tedeschi il 12 settembre successivo. Vittorio Emanuele, che da tempo medita di sostituire Mussolini alla guida del governo, procede immediatamente alla nomina di Badoglio a presidente del Consiglio. Questi, se da un lato si affretta a far conoscere ad Hitler che la guerra continua" nello spirito  dell'alleanza con la Germania, dall'altro avvia trattative segrete con gli Anglo-Americani per un rovesciamento delle alleanze. I Tedeschi, a conoscenza delle mosse del nuovo governo,si affrettano a rafforzare il loro dispositivo in Italia portando il numero delle divisioni da nove a sedici, per evitare di essere colti di sorpresa dai possibili sviluppi della situazione. Badoglio, infatti, di fronte all'avanzata delle truppe alleate che, dopo aver completato in agosto l'occupazione della Sicilia, si accingono a sbarcare in Calabria per dirigersi verso il Nord, decide di stipulare l'armistizio, che viene siglato a Cassibile, in Sicilia, il 3 settembre, convinto che gli Anglo-Americani avrebbero presto sopraffatto la inevitabile resistenza tedesca. In realtà, come tutti sappiamo, le cose non andarono poi proprio cosi. Fatto sta che la sera dell' 8 settembre l ' EIAR, la radio di allora, interrompe le trasmissioni per consentire al maresciallo Badoglio di leggere l'ormai famoso Bollettino di Guerra 1201, ultimo della serie, sull'armistizio, che così si conclude: Ogni atto di ostilità contro le Forze Anglo-Americane deve cessare da parte delle Forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza. Il mattino successivo, in tutta fretta, il re e parte del governo  abbandonano Roma per raggiungere una località dell' Italia meridionale che fosse già sgombra da truppe tedesche e possibilmente non ancora occupata dagli Anglo-Americani, proprio per ribadire la continuità della sovranità nazionale e di quel governo che, avendo stipulato l'armistizio, ha ora il dovere di attuarlo, collaborando concretamente con gli alleati per aiutarli a scacciare i Tedeschi dall'Italia. La partenza avviene precipitosamente sotto l'incalzare di una serie di avvenimenti che fanno ritenere ormai pressoché impossibile qualsiasi resistenza a Roma. I Tedeschi, infatti, hanno già bloccato le vie tra la città e il Tirreno fin dalla stessa sera dell' 8. Per questo motivo Badoglio si affretta a svegliare il re nel cuore della notte per comunicargli la necessità di abbandonare la capitale. Il sovrano, benché a quanto pare inizialmente perplesso sulla decisione del capo del governo, si convince comunque a partire dopo che il Maresciallo lo rassicura che tutto é stato predisposto e che anche i ministri sono stati avvertiti. In realtà si saprà poi che, mentre erano stati informati i ministri militari, non altrettanto era avvenuto con quelli civili. Fatto sta che il corteo lascia la capitale senza che chi di dovere abbia prima impartito alle truppe e alla popolazione direttive chiare e adeguate alla drammatica situazione che si era venuta a determinare."Dio mio che figura", pare abbia detto fin dalla partenza scuotendo la testa il principe Umberto, che continuerà a insistere più volte durante il viaggio di voler tornare indietro a Roma, scontrandosi però con la netta opposizione sia del re che di Badoglio. Tra tutti i componenti della comitiva, che mantengono sostanzialmente un atteggiamento alquanto dignitoso, solo l'anziano Maresciallo appare visibilmente preoccupato e quasi ossessionato dal terrore di cadere nelle mani dei tedeschi, tanto da ripetere sovente,come scrive il Generale Puntoni, "se ci prendono ci tagliano la testa a tutti". Sintomatico al riguardo quanto dichiarato a suo tempo dal principe Umberto  al giornalista Carlo Maria Franzero, de Il Giornale di Napoli, subito che uscimmo dalla città, verso i monti la notte divenne freddissima e Badoglio che s'era messo in borghese ed era in uno stato di abbattimento, tremava di freddo. Io mi tolsi il cappottone di generale, e glielo detti perché si riparasse. Badoglio l'infilò ma, dopo qualche istante, lo vidi che di nascosto rimboccava le maniche per nascondere i galloni". L'ltalia, comunque, piomba nel caos. Le popolazioni vivono giorni di paura, di ansia e di terrore nella più totale disperazione e nel fondato timore della prevedibile rappresaglia tedesca. I nostri soldati, in mancanza di ordini precisi, vengono in pratica abbandonati al loro destino, senza più punti di riferimento, In una parola, sono allo sbando. In questa situazione che il "corteo reale", dopo aver attraversato una Roma semi deserta e ancora immersa nel sonno, imboccava l'antica via consolare Tiburtina Valeria, ritenuta al momento la più sicura tra le strade che si irradiano dalla capitale in quanto non ancora presidiata dai Tedeschi. In realtà, lungo il percorso l'autocolonna si imbatte anche in qualche posto di blocco di Tedeschi, che stranamente non fanno però obiezioni al suo passaggio, quasi avessero ricevuto ordini in tal senso, come sostiene Ruggero Zangrandi nel suo volume (Feltrinelli, Milano, 1964), dal quale ho tratto interessanti spunti per questo articolo. A parte qualche breve fermata dovuta a guasti meccanici,la prima vera sosta viene effettuata verso le 9 a Carsoli, una località al confine fra il Lazio e l'Abruzzo, in una trattoria all'epoca esistente proprio lungo la Tiburtina, gestita da tale Giovanni Basile. Quindi altre brevi soste a Monte Bove e Popoli,prima di giungere in prossimità di Chieti. Qui,esattamente al bivio di Brecciarola, dopo un breve conciliabolo tra alcuni ufficiali del seguito, anziché proseguire sulla Tiburtina verso Pescara, la colonna di auto imbocca sulla destra una strada secondaria per raggiungere il comune di Crecchio, località nota ad Umberto, per esservi stato più volte in passato ospite dei Duchi di Bovino. Prima di deviare per Crecchio il re ordina però ad Acquarone, ministro della real casa,di andare a verificare se la situazione a Pescara è tranquilla oppure la città è già in mano ai tedeschi,dandogli appuntamento alla nuova destinazione. Qui i duchi, pur sorpresi dalla inaspettata visita tanto da non credere quasi ai loro occhi, dopo un primo comprensibile momento di smarrimento, si adoperano come possono per offrire agli ospiti, nel loro bel castello, la migliore ospitalità possibile. Intanto, vengono avvertiti i carabinieri e quindi il presidio militare di Chieti che provvede ad organizzare un servizio di sicurezza nella zona a mezzo di un reparto del 140 Reggimento Fanteria, al comando del capitano Francesco D'Argenzio, inviato sul posto a bordo di autobus requisiti alla società trasporti "Maiella". Dopo colazione, verso le 15, anche a seguito delle rassicurazioni portate da Acquarone, il re, Badoglio e le altre personalità si recano all'aeroporto di Pescara per presiedere una riunione, una sorta di "Consiglio della Corona', cui interviene anche il generale Ambrosio,  Capo di Stato Maggiore Generale, che si trova a Chieti. In quella sede il re decide di proseguire con il suo seguito il viaggio verso il sud a bordo della corvetta Baionetta",in arrivo da Pola, prevedendo la partenza dal porto di Ortona, ritenuto più sicuro rispetto  ad altri, per la mezzanotte. Terminata la riunione, la comitiva si scioglie. Il re, Umberto ed altri rientrano a Crecchio; Badoglio, senza neppure avvertire il sovrano della sua decisione, rimane invece con l'ammiraglio De Courten, capo di stato maggiore della Marina, all'interno dell'aeroporto; Ambrosio torna all'albergo Sole di Chieti, ove ha stabilito il suo quartier generale, portando a conoscenza dei più stretti collaboratori la decisione presa poco prima dal re e raccomandando a tutti il massimo riserbo. Nella circostanza impartisce a Roatta, capo di stato maggiore dell'Esercito, anch'egli al momento a Chieti, le opportune disposizioni per la difesa della zona.In questa città, frattanto, a differenza che nella vicina Pescara, ove la gente è molto più pessimista, la popolazione, vuoi per la presenza di migliaia di soldati, oltre ai reparti della divisione "Legnano", giunti da Bologna e diretti al Sud, vuoi per il continuo andirivieni di truppe e di generali, come ricorda lo Zangrandi nel suo libro appena citato è " convinta che la guerra sia finita, che i Tedeschi non si sarebbero fatti vivi ( vi giungeranno, infatti, soltanto il 24 settembre) e che comunque la città sarebbe stata certamente difesa. Fatto sta che molti che erano sfollati nelle campagne vi fanno ritorno. Di questo stato d'animo si ritrova l'eco  nel diario"Quasi una vita" Bompiani, edizione 1951, di Corrado Alvaro rifugiatosi proprio a Chieti in quei giorni e durante la successiva occupazione tedesca". Ma torniamo al Castello di Crecchio ove la famiglia reale ed il seguito trascorrono mestamente la serata in attesa dell'ora convenuta per la partenza. Appena scoccate le 23, infatti, il re, la regina, Umberto e gli altri ospiti, dopo essersi accomiatati dai duchi di Bovino, che verranno poi fatti prigionieri dai Tedeschi e condotti in campo di concentramento, lasciano definitivamente Crecchio e si avviano lentamente in una notte lunare verso il porto di Ortona, a fari spenti per passare il più possibile inosservati. Qui giunti, notano con loro somma sorpresa che le banchine sono già intasate dalle numerose autovetture che erano arrivate da Roma nel corso della giornata con altri ufficiali dello stato maggiore, intenzionati anch'essi ad imbarcarsi verso il Sud. Inoltre, nonostante la segretezza dell'operazione e le precauzioni adottate per tenere la gente lontana dalle strade perché l'evento non fosse notato, nella zona del porto si è raccolta ugualmente una gran folla, richiamata evidentemente dalle voci che erano corse durante la giornata circa l'imminente arrivo di alte personalità e dall'insolito concentramento di tante autovetture al porto. Questi ortonesi, però, sono molto preoccupati per tanto clamore in quanto temono l'arrivo da un momento all'altro dei Tedeschi, che vengono segnalati non molto lontani. Essi si augurano pertanto che tutto finisca presto e torni la normalità. Perciò, ad un certo punto, di fronte al continuo rinvio delle operazioni di imbarco, cominciano a rumoreggiare e ad imprecare. La situazione diventa quindi più difficile del previsto. E se tutto si svolge senza particolari incidenti, lo si deve soprattutto al prezioso lavoro di preparazione svolto con grande discrezione nel pomeriggio dai carabinieri. Il tenente Alberto Migliorat,comandante della tenenza di Ortona, informato dai suoi superiori di quanto sarebbe dovuto accadere nella notte, incarica il maresciallo Vincenzo Agostinone, che due giorni dopo cadrà ucciso in conflitto a fuoco con i Tedeschi, di reperire le imbarcazioni necessarie per traghettare le autorità fino alla "Baionetta". Agostinone, dopo una non facile ricerca fatta in gran segreto, individua e "precetta" i pescherecci "Nicolina", dell'armatore Dragani, "Littorio", dell'armatore Ranalli, "Anna", dell'armatore Gaetani, "Dolie", dell'armatore Diomedi, e "Argo", rimorchiatore della draga "Colombo" del Genio Civile, con i relativi equipaggi, senza rivelare ad alcuno il vero scopo della missione. Già dalle 22, i pescherecci sono pronti al molo Martello, dove poco dopo giungono i carabinieri al comando del tenente Migliorati e del maresciallo Agostinone, cui in seguito si aggiunge il capitano Bertolazzi, con una quindicina di carabinieri giunti da Chieti. Le operazioni di imbarco iniziano con un certo ritardo rispetto alla mezzanotte per una serie di contrattempi, non ultimo quello relativo alla mancata presenza al porto di Badoglio che, come si accerterà successivamente, si era invece già imbarcato qualche ora prima sulla motovedetta direttamente a Pescara insieme all'ammiraglio De Courten.Verso mezzanotte e mezza, comunque, i marinai dei quattro pescherecci ricevono l'ordine di dare inizio al traghettamento, sulla base delle indicazioni date loro dai carabinieri. L'operazione si conclude in meno di venti minuti,grazie alla perizia ed al coraggiodegli equipaggi, che fanno più volte la spola tra il molo e la"Baionetta", ferma al largo a circa un miglio dalla costa. Testimoni oculari riferiscono di scene di grande agitazione sia al molo, ove centinaia sono le persone in attesa di poter partire, sia sotto bordo quando il tenente di vascello Piero Pedemonti, comandante della motovedetta, comunica che non farà salire neppure un uomo in più rispetto al numero dei salvagente disponibili, suscitando nelle numerose personalità civili e militari che sono ormai già sotto la corvetta vivaci proteste e pesanti insulti soprattutto all'indirizzo all'ammiraglio De Courten. Questi, infatti, dall'alto della nave grida, nella concitazione generale, che è lui a decidere chi deve salire a bordo e chi no, invitando quanti non riescono a prendere posto sulla "Baionetta" ad attendere all'alba la corvetta "Scimitarra" al porto di Pescara. Una ricostruzione originale a fumetti di questi tragici avvenimenti è stata fatta dall'architetto Saverio Di Tullio nel volume 1943. La via per Ortona( Menabò, Ortona, 1994).Ultimato il carico consentito a bordo sono salite cinquantasette persone la "Baionetta" riesce finalmente a levare le ancore e a far rotta verso Sud. Quasi tutti coloro che sono stati costretti a rimanere a terra, e sono la maggioranza, amareggiati, delusi e ormai sfiduciati, piuttosto che raccogliere l'invito dell'ammiraglio De Courten ed attendere altre motovedette, preferiscono allontanarsi dalla zona e riparare nelle campagne e nei piccoli centri dell'entroterra per sfuggire più facilmente alla prevedibile rappresaglia dei Tedeschi. Questi, infatti, già il giorno 11 fanno irruzione ad Ortona mettendo  soqquadro la città. È l'inizio di un periodo lungo e tormentato per il nostro Paese che apporterà lutti,rovine e distruzioni, a noi tutti purtroppo tristemente noti.