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          Pagine di Storia

   4 BRAVI RAGAZZI !

 

 



Il quarto che fotografava

Dei "bravi ragazzi" della valle Aurina è l'unico rimasto attivo negli ambienti irredentisti. Steger, lotta come missione
Ancora nel '92 parlava di «guerra di liberazione»


«Spesso i contadini ci hanno salvati». Tra i casi sottoposti all'Italia per quanto riguarda la richiesta di grazia per gli attivisti e terroristi degli anni Sessanta, ci sono i quattro pusteresi. Dei cosiddetti «bravi ragazzi» della valle Aurina, Siegfried Steger è l'unico ad essere rimasto attivo negli ambienti irredentisti, sempre a fianco di Burger, Kienesberger e Hartung anche negli anni Settanta e Ottanta. Il 7 aprile 1992 ai funerali del neonazista Norbert Burger, ribadì di «non avere bisogno di provvedimenti di clemenza» nei suoi confronti da parte dello Stato italiano, rimarcando che l'obiettivo di quella che lui chiama ancora «la guerra di liberazione» era la «cacciata degli italiani» dall'Alto Adige. Spavaldo come Kienesberger e Hartung - quest'ultimo ha spiegato più volte di essere «onorato» dalle condanne ricevute in Italia - Steger potrebbe quindi tornare in Alto Adige, se mai Roma dovesse venire incontro alle pressanti richieste giunte da Vienna, come hanno avuto modo di spiegare sia il presidente austriaco Klestil, sia alti funzionari della cancelleria viennese. La storia di Steger è emblematica per tutti quelli che dagli anni Sessanta sono riparati all'estero, in questo caso in Austria, per sfuggire alla giustizia italiana. Steger nasce a Molini di Tures nell'ottobre del 1939. A diciotto anni partecipa al raduno di Castel Firmiano, dove venne lanciato il famoso « Los von Trient ». «Dentro di me prese sempre maggiormente piede la necessità di fare una qualche resistenza alla prepotenza dello Stato italiano in Alto Adige», dirà Steger dall'esilio ricordando quel periodo. E così si avvicina alle idee di Kerschbaumer. I contatti verranno presi con il Bas, tanto che i quattro pusteresi entrano subito nell'organizzazione dei «combattenti per la libertà». «Dopo un primo incontro con Kurt Welser, la seconda volta quest'ultimo ci portò materiale e armi, iniziando una sorta di lezione all'uso di fucili ed esplosivo, oltre ad insegnarci come comportarci nel caso fossimo stati catturati dalla polizia», spiegava Steger in un libro uscito nel 2000 - « Es blieb kein anderer Weg » - a cura tra gli altri di Sepp Mitterhofer. Siamo alla fine degli anni Cinquanta. Passano i mesi a preparare quella che sarà poi la «notte dei fuochi» del giugno 1961. «Al nostro gruppo furono dati come compiti quelli di fare saltare per aria il monumento agli alpini di Brunico, tralicci elettrici e la linea ferroviaria. Ci preparammo per l'appuntamento del 1961 e ci dissero che sulla data precisa avremmo avuto informazioni due settimane prima. In realtà ci avvertirono soltanto poche ore prima. Il 12 giugno, lunedì mattina, vennero a prelevarmi i carabinieri e mi accompagnarono in caserma, ma riuscii a fuggire», racconta Steger. Da quel momento iniziò la latitanza.Dopo una paio di giorni passati tra i boschi in un nascondiglio preparato in precedenza, Steger e gli altri passano il confine. Cominciò così il periodo che si può paragonare ad una sorta di guerriglia dei quattro contro le forze dell'ordine italiane. In Austria incontrano tra gli altri Luis Amplatz e Jörg Klotz. Con il favore della popolazione locale ancora nel 1961 e per diversi anni passarono il confine, preparando attentati e scontrandosi anche in conflitti a fuoco con le forze dell'ordine, come il 10 settembre 1964 nei pressi di Gais. Riuscirono ancora a scappare, lasciando sul posto le armi. Erano diventati «guerriglieri» leggendari.«In ogni posto dove incontravamo dei sudtirolesi, c'erano persone che si offrivano di accompagnarci e di portarci gli zaini. In particolare i contadini di montagna, con i quali si scambiavano informazioni e che spesso ci mettevano in guardia dai pericoli», ricorda Steger.Questo lo spaccato di quel periodo, uno dei più tristi in assoluto per l'Alto Adige, vissuto da uno dei protagonisti di parte sudtirolese. I quattro della valle Aurina hanno sempre negato la partecipazione agli eventi più tragici di quegli anni, compresi i delitti per cui hanno ricevuto a più riprese l'ergastolo, ammettendo, invece, ferimenti e attentati vari. «Per me non è stato facile dover vivere per 40 anni in esilio, senza la speranza di poter tornare nella mia patria», così Steger un paio di anni fa. Potrà farlo in breve tempo? Sarà Roma a dire l'ultima parola

 

        (TN) 23 Settembre 2002