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E N I O W E B P A G E

 

 

 

 
LA SPIAGGIA A FRANCAVILLA

 

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La spiaggia non è, come potrebbe pensare qualche ingenuo, una striscia di sabbia più o meno profonda che divide la terra dal mare dandosi il cambio, ogni tanto, con gli scogli; ma è piuttosto il luogo, provvisorio ma complesso, dello scambio vacanziero fra il genere umano, nella sua variante occidentale, e il mare.  Le vacanze al mare sono un fenomeno recente, cent'anni o poco più. I nobili si facevano costruire splendide ville in campagna, andavano a caccia, facevano colossali mangiate e bevute, magari scrivevano le loro memorie, ma nel Settecento a nessuno è venuto in mente di farsi costruire un villino a Ostia o a Santa Margherita Ligure (neanche sul Gran Sasso, peraltro). Non si venga a dire che temevano i pirati saraceni, che si erano estinti da un pezzo; probabilmente la malaria, che sulle coste picchiava sodo. Comunque mare e montagna vengono scoperti a fine Ottocento per motivi salutistici, perché si pensa facciano bene. Sono vacanze borghesi, di gente con qualche soldo ma priva di poderi in campagna dove ritirarsi d'estate. Mentre in montagna l'imperativo categorico è quello di scalare montagne, fare lunghe camminate, portare zaini, insomma faticare molto, al mare basta stare fermi e guardare la gente che passa, fare una nuotatina ogni tanto e, sostanzialmente, non fare nulla di speciale o che richieda particolari abilità. La maggioranza degli italiani preferisce il mare. Al mare ci si abbronza. E' un'ovvietà; ma per secoli i ricchi erano bianchi e pallidi, pelle-di-luna, perché non avevano bisogno di lavorare la terra. I contadini, sempre curvi a zappare, erano molto coloriti. Adesso, contrordine: l'abbronzatura significa essere sani, forti, e soprattutto dimostrare di aver fatto vacanze lunghe e non fantozziane, mentre i poveracci, che lavorano in fabbrica, sono bianchi e

 

Luciano, Enio, Claudio, Francavilla,agosto 2002

 

smunti. Per abbronzarsi bisogna essere abbastanza spogliati, anche perché il sole batte a picco, e questa è una differenza sostanziale a vantaggio della spiaggia. Mentre in montagna anche le donne sono vestite come preti operai, pantaloni di velluto e camicioni di flanella scozzese, al mare si è sempre più spogliati della norma. Nell'epoca in cui vedere un caviglia femminile era considerato il massimo dell'eccitante, qui si vedevano ginocchi interi. Nell'epoca in cui una coscia faceva venire lo sturbo, si mostravano pance e ombelichi, e via via risalendo. Anche gli uomini, diciamolo, esibiscono abbastanza. Già negli anni Trenta si vedevano slip con enormi bozzi anteriori (qualcuno rinforzava mettendoci il borsellino o gli occhiali) e conchiglioni panoramici che chi capisce capisce. La finiamo qui ma ciascuno potrebbe metterci i ricordi personali di furtive occhiate, improvvise visioni, onde anomale e così via. L'importante è prendere atto che nell'esperienza di spiaggia c'è una forte componente voyeuristica. Cioè, detto in breve, siamo tutti un po' guardoni. La spiaggia è molto più comoda dello scoglio, che non è mai abbastanza grande e piatto da sdraiarsi. La sabbia è pulita e non polverosa, è un immenso materasso naturale dove ti puoi sdraiare, e contemporaneamente un parco giochi per i bambini. Per evitare che ciascuno si debba portare con fatica ombrelloni, sedie a sdraio e bottiglie d'acqua sono stati inventati i bagni, città provvisorie di legno dirette da un monarca illuminato, il bagnino, e dalla sua famiglia numerosa e abbronzatissima. Il bagnino issa la bandiera rossa, ossia decide quando è pericoloso fare il bagno; dirige le eventuali operazioni di salvataggio da un suo trespolo come un arbitro di tennis; affitta sedie a sdraio, cabine o capanni, pattini e tavoli da ping pong. La sua alacre famiglia, un capolavoro della old economy, gestisce il bar, che può diventare ristorante, il juke-box (oggi discoteca), i biliardini (oggi sala giochi). Come un albergo di legno il bagno ha i suoi clienti fissi; ci sono bagni di lusso e bagni così così; luoghi di moda e altri che per impalpabili motivi sono out. La bagnina madre gestisce il decoro dell'ambiente, i ragazzini che fanno gli scherzi con l'acqua, gli adolescenti con la radio a tutto volume, gli strani giri attorno alle cabine in cui, essendo chiuse a chiave, può succedere di tutto. Lo stabilimento balneare è il luogo in cui è organizzata la convivenza delle varie tribù vacanziere. Se è vero infatti che al mare si può anche non far nulla, in verità tutti fanno qualche cosa. Ci sono i patiti dell'abbronzatura, che si stendono e rimangono immobili, mezz'ora a pancia sotto e mezz'ora a pancia sopra come bistecche sulla brace. Ci sono vari gruppi di ragazzini, stratificati per età, che circolano intorno al bar spendendo un capitale in gelati e ghiaccioli, e i salutisti che fanno esercizi ginnici, nel compatimento generale, e corsette sul bagnasciuga come alla vigilia delle Olimpiadi. Resistono patetici pescatori con la canna, o il retino per le vongole, che prendono solo bastoncini di cotton fioc e preservativi. Poi gruppi di signore circondate dalla loro prole, in conurbazioni di ombrelloni contigui, o coppie di innamorati sedute sul pattino in secca. Gli uomini fumano, e leggono il giornale. I politici arrivano con un asciugamano attorno ai lombi e la mazzetta dei quotidiani, come antichi romani alle terme. Qualcuno organizza tornei di scopone e tressette. Alle due la mezza porzione abbondante di spaghetti alle vongole non si nega a nessuno. Ci sono poi i ceti marginali: lo studente bocciato costretto dalla famiglia a studiare improbabili esercizi di matematica, il giovane timido che non riesce a legare con le ragazze e ne conquisterà una solo il giorno della partenza, mentre resiste qualche impegnato che si ostina a leggere libri e saggi nel frastuono del bar. Intanto, come croupier del casinò, gli assistenti del bagnino-capo volteggiano fra gli ombrelloni, distribuiscono chele di granchio fritte (surgelate dal Giappone), portano caffè freddi e acque minerali, ripiegano sdraio, spalmano oli abbronzanti in zone inaccessibili ma consentite. Lo stabilimento però non è una vera città, perché non ha confini certi. Nel mare magnum dell'abusivismo di ogni tipo (come si fa a dare la ricevuta fiscale a uno in costume da bagno?) resistono due leggi ferree che il bagnino-capo, se comandasse lui, cambierebbe in quattro e quattr'otto. Primo: si deve consentire l'accesso al mare a chiunque, anche a un marziano sceso dall'astronave o peggio a un extracomunitario con collanine, tappeti, occhiali, braccialetti, pareo. Secondo: si può passeggiare lungo l'arenile traversando lo spazio occupato dai vari stabilimenti. A causa della combinazione di queste due disposizioni (giuste), lo stabilimento invece di un circolo sportivo (a cui un po' assomiglia) pare un colabrodo. Il bagnino però mette due stuoie ai margini dello stabilimento, non per riparare dagli sguardi degli altri bagni, ma dalla famigerata spiaggia libera, la terra del nulla. Nelle parole sdegnose del bagnino-capo, oltre lo stabilimento (un fortino della Legione straniera affacciato sul deserto) ci sono nudisti, abusivi, famiglie allargate con bombola del gas che si fanno gli spaghetti, campeggiatori addirittura. Una specie del G8 di Genova: meglio allora pagare questa mesata al bagnino e restare nel recinto della sabbia rastrellata ogni mattina, sotto gli ombrelloni a strisce, tra le ordinate file di cabine.