Make your own free website on Tripod.com
E N I O W E B P A G E

 

 

 

 

 

 

 
Sfacciato e ardito fu la prima star dell'arrampicata

Cesare raccontato dal grande Claudio Baldessari

 

         

Cinquant'anni di alpinismo, molti dei quali dedicati alle pareti ritenute impossibili. Accompagnato da successi, popolarità e onori com'è capitato a pochi «grandi» dell'alpinismo. Una vita con qualche problema e talune amarezze ma intensissima, che lo ha posto a doversi misurare con decisione e coraggio anche contro il cancro. Ma Cesare Maestri aveva ancora un'ambizione da realizzare. Il confronto diretto con un Ottomila nonostante il peso di tanti anni vissuti intensamente senza risparmiarmi. Voleva piantare la bandiera della Pace sulla vetta del Shisha Pangma, per ricordare la tragedia dell'11 settembre a New York e celebrare così l'Anno Internazionale delle Montagne. Convinto che la Pace è un traguardo molto importante, da conquistare con impegno, capacità, abilità e fatica. Come una montagna considerata molto, molto difficile. Maestri, il Ragno delle Dolomiti, dov'è passata la storia dell'alpinismo moderno, è stato sempre presente. Raccontare lo scalatore con le sue imprese, in solitaria o con qualche compagno, non è difficile. Impegnativo parlare invece dell'uomo, anche per chi gli è stato compagno di gioventù e in diverse imprese sul Sesto Grado. Cesare non ebbe inizi scontati, come quasi sempre è successo a celebrati alpinisti. La sua era una famiglia di attori che vivevano in teatro, di teatro e per il teatro. Fu spedito a Roma, giovanissimo, all'Accademia d'Arte Drammatica, per imparare a calcare le scene. Ma dopo poco scappò e ritornò a Trento. Il teatro poteva anche piacergli, ma non faceva per lui. Non era quella la sua vita. Decise di frequentare i sentieri della montagna, anche se erano duri e faticosi. E lo fece con grande tenacia. Incominciò dall'abc facendo il portatore, poi si misurò con qualche parete sapendo che erano presidiate anche dal rischio. Ma questo lo attraeva. Ci prese gusto e cominciò subito a stupire. Apparve immediatamente come personaggio straordinario, dotato di grandi capacità. La popolarità gli fu subito vicina e lui seppe essere presente ad ogni giusta occasione per conquistarla definitivamente. Entrò di diritto nella storia, tanto che il mondo alpinistico dolomitico cominciò ad assomigliargli e diventò impossibile il contrario o qualcosa di diverso. Aveva occupato interamente la scena e la dominava da padrone. Ma non era il bravo attore che interpretava il ragno, era il Ragno delle Dolomiti. Capace di affermarsi anche in un periodo di grande concorrenza. Per capirlo basta scorrere i nomi degli alpinisti famosi degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Fu una vera primadonna fra tante primedonne. Aveva coscienza del suo valore, ma non lo faceva affatto pesare. Tosto e battagliero era pronto a scontrarsi e litigare con chiunque gli si ponesse di traverso; o con chi criticava certi suoi atteggiamenti, talune prestazioni sfacciatamente ardite; o l'uso di chiodi piantati magari con il trapano. Però lui non scendeva mai a compromessi e diceva chiaramente quello che pensava e credeva. Con molta onestà. La prima volta che decidemmo di adoperare i cosiddetti chiodi ad espansione (in realtà piccoli chiodini a pressione) stavamo tentando di aprire una via sui Camini Nord della Torre Brunico nel Gruppo del Boè, nel 1958. Una bella salita con un traverso impossibile, liscio e bagnato, sul quale si era infranto ogni tentativo precedente. «Di qui non si passa. L'unico modo per andare avanti è usare il trapano. Ma chissà che putiferio, immagino già i commenti dei giornali. Claudio, tu cosa dici?». Trapano e chiodi li avevamo nello zaino, ed erano gli stessi che altri adoperavano senza dirlo a nessuno. Ma questo comportamento non era per Cesare. Scontato il fatto che usandoli bisognava anche dirlo. «O li piantiamo, passiamo e raccontiamo come, o abbandoniamo la salita e torniamo a casa», fu la mia risposta. Si convinse, concludemmo la salita e pagammo lo scotto ferocissimo della critica. Con quei chiodini, affermò qualcuno, avevamo profanato la montagna (?). Stessa cosa accadde per il diedro del Piccolo Dain, dove fummo impegnati per cinque giorni sui contrafforti del Gazza-Paganella; e per gli otto giorni d'impegno ad espansione, nel 1960, sulla Parete Rossa alla Roda di Vael sul Catinaccio. Ma erano salite fino ad allora ritenute impossibili - un invito a nozze per Cesare che mi coinvolgeva nelle sue malefatte - sulle quali ci siamo misurati inventando tutto quello che era possibile inventare. Allora sul sesto grado si usavano chiodi e moschettoni di ferro, cunei di legno, qualche cordino e staffe con gradini in tubolare che spaccavano i piedi e le cosce quando si tentava di starci seduti. Noi costruimmo le amache, per dormire in parete, con della tela olona; un seggiolino per stare seduti sugli strapiombi durante le lunghissime soste; un piccolo cric per estrarre i chiodi dalle fessure senza piegarli e violentarli con il martello. Non c'è dubbio, il Re Sole dell'alpinismo dolomitico nei trent'anni del dopo guerra era lui: Cesare Maestri. Esuberante, battagliero, eccessivo anche oltre i limiti. Ma sempre coerente con il suo credo e le sue idee, che cozzavano contro i bigottismi e le posizioni discutibili di certi moralisti, schierati su inaccettabili, discriminanti e ridicole posizioni intransigenti. «In montagna ognuno può fare quello che vuole. Basta non crei danni e non metta in pericolo la vita degli altri». Questo affermava Maestri, sempre bravissimo, serio, responsabile, coscienzioso e padrone della scena. Nessuna parte, anche la più difficile, riusciva a contenerlo. Immediatamente pronto al corpo a corpo pure con la parola, come quando tornammo indietro dalla Nord della Cima Grande di Lavaredo, dopo aver tentato di ripetere la direttissima invernale aperta dai tedeschi. Dissero di aver lasciato tutti i chiodi e invece avevano rotto a martellate anche quelli che non erano riusciti a togliere. Proprio all'uscita dagli strapiombi. Cesare la prese malissimo, di chiodi ne avevamo portati pochi e fummo costretti a ripiegare e il Ragno si esibì in insolenze a non finire all'indirizzo dei tedeschi, scatenando pirotecniche polemiche stampa. Per chiuderle fummo costretti a ritornare dopo una settimana, con parecchi chiodi. Ripetemmo la via facendo tre bivacchi. Ricordo un freddo cane ma il quarto giorno uscimmo felici sulla cima. Il nostro amico Dino Buzzati, grande giornalista e scrittore, era salito da Cortina fino al rifugio Auronzo per avere notizie dirette e scrivere l'articolo che uscì sul Corriere d'Informazione. Le polemiche cessarono. Però il massimo delle critiche, anche molto feroci, scoppiò nel 1970, per via del compressore portato nella terza spedizione al Cerro Torre, in Patagonia, per alleggerire il massacrante lavoro necessario per fare i piccoli fori per i chiodi a pressione. Che fatica e quante giaculatorie per trasportare quei terribili novanta chili! Passarono gli anni ma Cesare continuò ad essere quello di sempre, un alpinista, ormai non più giovane, ma comunque con una faccia vera. Anche scomodo, testardo, individualista e rabbioso. Con un merito grandissimo: non essersi mai lasciato corrompere dalle mode, dai riti e dalle ipocrisie del mondo. Senza sentirsi addosso il peso dell'anagrafe, anche se le tante biografie lo denunciavano ad ogni occasione importante, Maestri ha continuato incurante fino a quando la sua spia lo ha avvertito che gli anni erano diventati troppi e ha sentito di non essere più all'altezza di garantire per gli altri. Ha continuato però a frequentare la montagna nella sua realtà meno impegnativa, soprattutto per dedicarsi ai più giovani, lui grande maestro, per spiegare loro ciò che in montagna si può, si deve o non si deve fare. Poi arrivò il maledetto tumore e conseguentemente anche un momento di grande riflessione sulla realtà dell'esistenza. Era stato un vero gladiatore della montagna, sempre pronto al combattimento, perché la voglia di attaccare l'aveva nel Dna fin dalla nascita. La mazzata fu pesante ma non lo piegò. Ha trovato la forza per vincere un'altra volta. E «La vita continua» è il titolo che ha dato al libro dove racconta il terribile corpo a corpo con il male. Ora, a 73 anni, aveva pensato di portare la bandiera della Pace a quota 8.014 metri, sulla Cresta dei Pascoli del Cielo, come i cinesi chiamano il Shisha Pangma. E voleva farlo ovviamente alla sua maniera, arrivando sulla cima da solo. «Invecchiando si migliora» mi disse tempo fa, «sono sempre stato un contestatore e un rompicoglioni sempre pronto a protestare, ad andare controcorrente. Ma oggi sono cambiato e potrei benissimo fare pure l'ambasciatore per il Vaticano». È vero. Infatti, lui combattente nato e sempre pronto allo scontro, aveva pensato e deciso di lanciare questo solenne e spettacolare messaggio. Per tentare di scuotere il mondo, per indurre alla conciliazione, alla fiducia e alla pace. Contro le paure, i disagi, le nevrosi, il degrado e le miserie di questa nostra era. Ma il peso dell'età, senza nessuna considerazione per la storia importante di un uomo vero e grande dell'alpinismo, gli ha sbarrato la strada. Coinvolgendolo in emozioni che lo hanno forse accolto impreparato. Capita, nella vita, di dover rinunciare ad un sogno. E quando accade, pure ai più forti, è facile cedere alla pressione insopportabile della forzata rinuncia. Per Cesare Maestri, che ha sempre amato il rischio, il delirio del contatto con i limiti oltre i quali sfidare ciò che era stato giudicato impossibile, il rientro coercitivo senza avere raggiunto la vetta del Shisha Pangma è sicuramente una condizione pesante. Accompagnata da un tumulto di emozioni, di pensieri violenti, di riflessioni spietate. Tutti necessariamente istintivi e inquieti, anche se controllati. La cronaca racconterà a modo suo questa vicenda. Qualcuno disquisirà anche senza essere in grado di capire. Poi quanto accaduto sarà consegnato alla storia, che ricorderà il sogno fantastico di un grande dell'alpinismo. Uno che ha scritto molte pagine importanti. Ne ha lasciata incompiuta soltanto una, ma ha lanciato comunque un messaggio di grande valore per tutti, alpinisti o tranquilli mortali. Familiari e amici ora lo aspettano mentre lui è impegnato ad emergere da una fatica davvero impossibile. Lo aiuteranno a recuperare il ritmo del cuore, la serenità della mente e quella della coscienza. Nella convinzione che ogni fatto della vita serve a provare la forza della volontà e del carattere. Il senso della storia si conquista facendone un po'. Cesare Maestri, nell'alpinismo, ne ha fatta molta. Indiscutibile testimone di un'epoca. Ora la vita continua: con un merito in più.