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E N I O W E B P A G E

 
Gabriel Garcia Marquez

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I lettori italiani dovranno attendere il prossimo volume dell'autobiografia di Gabriel Garcia Marquez per assistere alla narrazione del primo arrivo di "Gabo" in Italia, giacchè il primo libro si ferma nel 1955, quando lo scrittore deve andarsene dalla sua Colombia natale a causa delle tensione con il governo provocate dalla pubblicazione di "La storia di un naufrago". In Vivir para contarla(Vivere per raccontarla), messo in vendita giovedì scorso in tutto il mondo di lingua spagnola, Garcia Marquez - Premio Nobel per la Letteratura nel 1982, e uno degli scrittori più noti ed aprezzati del pianeta - narra invece la sua infanzia e la sua gioventù, esplorando le radici di quello che sarebbe diventato il suo mondo narrativo, incarnato per i suoi lettori nel mitico paesino di Macondo. Nato nel 1928 a Aracataca, sulla costa atlantica colombiana, "Gabo" era il più grande di dodici figli, e sua madre - Luisa Santiaga Marquez- risultò essere il fattore chiave per la scelta vocazionale del futuro scrittore, che prese dalle storie della sua famiglia gli elementi che poi sarebbero poi diventati essenziali nella creazione del cosiddetto "realismo magico". Il nonno materno, infatti, il mitico colonnello Nicolas Marquez, diventerà il prototipo di Josè Arcadio Buendia, il fondatore di Macondo: anche lui aveva partecipato alla fondazione della sua città, e era mosso anzitutto dalla volontà di allontanarsi da dove viveva per dimenticare un crimine commesso nella sua gioventù. L'enorme casa dei nonni, dove da bambino trascorse anni fondamentali per la genesi della sua immaginazione, rimase anch'essa presente nel cuore di Garcia Marquez, riproponendosi in differenti forme nelle sue diverse opere ("L'amore nei tempi del colera", "Cento anni di solitudine") fino a diventare una sorta di spazio mentale, nel quale "Gabo" poteva inscenare le sue storie realiste, colorate eppure surreali. Come dimostra il primo volume della sua autobiografia, infatti, il "realismo magico" di Garcia Marquez non nasce da una fredda sperimentazione formale, ma bensì dalla necessità di conciliare il Garcia Marquez studente di Legge a Bogotà - lettore onnivoro e grafomane precoce - con il "Gabito" che ascoltava da bambino i racconti del nonno. "Dopo la mia infanzia tutto mi è sembrato abbastanza comune: crescere, studiare, viaggiare, nulla di tutto ciò mi interessava più di tanto. E' come se da allora non fosse successo niente di interessante", confessa Garcia Marquez, secondo il quale la sua vocazione consisteva nel "voler lasciare una testimonianza poetica del mondo della mia infanzia, vissuta in una casa grande, molto triste, con una sorella che mangiava la terra e una nonna che indovinava il futuro, e numerosi altri parenti con i nomi identici che non distinguevano un granchè fra la felicità e la demenza". Quel mondo di genealogie complicate dall'omonimia - un problema che ha affrontato qualsiasi lettore di "Cento Anni di Solitudine" con la saga dei Buendia - miracoli quotidiani e crimini efferati è dunque il prodotto dello scontro fra i ricordi del piccolo "Gabo" e l'amore del più maturo Garcia Marquez per Hemingway, Faulkner o Virginia Woolfe. Ma negli anni formativi di Garcia Marquez, ricostruiti in "Vivir para contarla", nasce anche la parallela e complementare passione dello scrittore per il giornalismo, che lo portò a pubblicare "Il racconto di un naufrago" nel 1955 ma anche "Notizia di un sequestro" nel 1997, sempre alla ricerca della verità umana dietro al fatto eclatante di cronaca. Difficile immaginare come potesse essere la Colombia 50 anni prima del 1928, anno di nascita di Gabo nella cittadina di Aracataca. Certa è invece la sua precoce vena letteraria: quando già studia giurisprudenza a Bogotà, scrive e pubblica su alcune riviste i primi racconti. Subito dopo il giornalismo: è chiamato a Cartaghena per lavorare a El Universal, ma torna a Bogotà nel 1954 per collaborare a El Espectador. L'anno dopo, nel 1955, esce il suo primo romanzo Foglie morte e si imbarca per l'Europa. Un viaggio importante non solo per il contatto con la cultura europea, ma anche perchè stringe solidi legami con l'Italia e in particolare con il nostro cinema. A Roma frequenta il Centro sperimentale, conosce Zavattini e molti altri registi e intellettuali.

 

 COMMIATO DAL MONDO VIA E-MAIL


Da qualche mese circola su Internet una breve lettera attribuita a Gabriel Garcia Marquez, e che lui stesso avrebbe inviato a amici e ammiratori come commiato, dopo l'aggravarsi della malattia (un cancro linfatico) di cui sta morendo. Ecco il testo integrale di questa e-mail."Se per un istante Dio si dimenticherà che sono una marionetta di stoffa e mi regalerà un pezzo di vita, probabilmente non direi tutto quello che penso, ma in definitiva penserei tutto quello che dico. Darei valore alle cose, non per quello che valgono, ma per quello che significano. Dormirei poco, sognerei di più, andrei quando gli altri si fermano, starei sveglio quando gli altri dormono, ascolterei quando gli altri parlano e come gusterei un buon gelato al cioccolato!! Se Dio mi regalasse un pezzo di vita, vestirei semplicemente, mi sdraierei al sole lasciando scoperto non solamente il mio corpo ma anche la mia anima. Dio mio, se io avessi un cuore, scriverei il mio odio sul ghiaccio e aspetterei che si sciogliesse al sole. Dipingerei con un sogno di Van Gogh sopra le stelle un poema di Benedetti e una canzone di Serrat sarebbe la serenata che offrirei alla luna. Irrigherei con le mie lacrime le rose, per sentire il dolore delle loro spine e il carnoso bacio dei loro petali. Dio mio, se io avessi un pezzo di vita non lascerei passare un solo giorno senza dire alla gente che amo, che la amo. Convincerei tutti gli uomini e le donne che sono i miei favoriti e vivrei innamorato dell'amore. Agli uomini proverei quanto sbagliano al pensare che smettono di innamorarsi quando invecchiano, senza sapere che invecchiano quando smettono di innamorarsi. A un bambino gli darei le ali, ma lascerei che imparasse a volare da solo. Agli anziani insegnerei che la morte non arriva con la vecchiaia ma con la dimenticanza. Tante cose ho imparato da voi, gli Uomini! Ho imparato che tutto il mondo ama vivere sulla cima della montagna, senza sapere che la vera felicità sta nel risalire la scarpata. Ho imparato che quando un neonato stringe con il suo piccolo pugno, per la prima volta, il dito di suo padre, lo tiene stretto per sempre. Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardarne un altro dall'alto al basso solamente quando deve aiutarlo ad alzarsi. Sono tante le cose che ho potuto imparare da voi, ma realmente, non mi serviranno a molto, perché quando mi metteranno dentro quella valigia, infelicemente starò morendo.