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      Pagine di Storia

     

MALLORY, dal mito all'uomo

 

             MALLORY, dal mito all'uomo

 

 


 


George Mallory

 

 

 

 

 

Hillary

 

 

 

 

Irvine

 

 

 

 

Everest 1975


Reinhold Messner narra la «seconda morte»del grande alpinista scomparso sull'Everest. Imprese d'alta quota. Cinquant'anni dopo la storica conquista del « tetto del mondo ». In montagna si può morire due volte. Soprattutto se la montagna si chiama Everest, soprattutto se il morto si chiama Mallory. Morire la prima volta tra le nebbie e l'oscurità, forse precipitando, più probabilmente perdendo la strada nella nebbia o nel white-out, cadendo o strisciando fino all'assideramento nella « zona della morte ». Morire la seconda, 75 anni dopo quel 1924, cadavere ghiacciato e ritrovato nel 1999, impietosamente fotografato e setacciato, ma soprattutto restituito alla « normalità » della morte, finalmente strappato al mito. Uno dei primi, ma anche uno dei tanti che provarono a salire sul tetto del mondo. Oggi Reinhold Messner (che nel 1980 scalò l'Everest da solo) ci restituisce George L. Mallory (insieme al suo compagno Andrew Irvine) più uomo che mito, in un libro della Bollati Boringhieri (La seconda morte di Mallory, pagg. 230, 15 euro) che esce alla vigilia del 50º anniversario della conquista dell'Everest (Edmund Hillary e Tensing Norgay, 1953, da sud). Un libro che dà voce piena e potente a Mallory. A un povero corpo congelato dal 1924, scoperto solo nel 1999 sotto la cresta nordovest e lungo la linea di caduta segnata dalla piccozza ritrovata nel 1933 a quota 8.400. Resti che, forse, parlano di una scalata impossibile, di un ritorno inutilmente tentato, di una caduta nella nebbia, di una corda ancora attorno alla vita, di un'impresa d'altri tempi. Ma che non forniscono ancora, tuttavia, prove certe di cosa sia avvenuto. Soprattutto non dicono se Mallory e Irvine (il corpo di quest'ultimo ancora non è stato ritrovato) abbiano raggiunto la cima e siano caduti solo dopo, al ritorno, o se la tragedia sia avvenuta prima, nel tentativo di rientrare al campo VI. Messner dà voce accorata a Mallory, i cui occhi sbarrati nel ghiaccio « vedono » le cordate che da quell'anno si sono succedute sulla montagna degli dei tentando l'assalto alla cima. Una storia di tentativi e di fallimenti, di sforzi titanici, di spedizioni talvolta perfino « politiche », come quella dei cinesi nel 1960, con tanto di busto di Mao. Riuscirono Mallory e Irvine a raggiungere la vetta della piramide sommitale dopo aver superato il «secondo gradino»? Ce la fecero e poi caddero al ritorno traditi dal tempo e dal gelo, oppure, più semplicemente, abbandonarono l'impresa senza scavalcare il «secondo gradino» (ostacolo di ghiaccio verticale e pareti di roccia impossibili da superare, all'epoca, con le scarpe chiodate) e precipitarono, spersi tra neve e cielo, quando ormai Campo VI era vicino? Non lo si saprà mai con assoluta certezza, fino a quando, almeno, non verrà ritrovata la macchina fotografica di Irvine, sperando che la pellicola possa ancora restituire qualche immagine della supposta conquista dell'Everest. Ma Irvine, il giovanotto poco esperto di montagna ma bravo in meccanica che Mallory preferì come compagno per garantirsi da un'eventuale rottura delle bombole dell'ossigeno, potrebbe trovarsi, con la sua vecchia Kodak a soffietto, centinaia di metri sotto il posto dove è stato trovato Mallory, magari lungo la stessa linea di caduta. Il vitreo corpo di Mallory è riemerso dai ghiacci eterni, rimasto lì per decenni: una tibia rotta, nulla più, almeno all'apparenza. Non si è schiantato, ha avuto forse il tempo di strisciare lungo il ripido pendio cercando la salvezza. Il mistero della scomparsa di Mallory è forse risolto. Se, come Odell riferì di aver intravisto da lontano in un improvviso squarcio nella nebbia, almeno uno dei due era già sopra il «secondo gradino» (o forse era il primo?), allora la vetta sarebbe stata a portata di mano e di slancio avrebbe potuto raggiungerla. Ma se, come pare più probabile, il secondo gradino costituiva, nell'epoca delle scarpe chiodate, un punto insormontabile, la caduta fatale è avvenuta prima, forse proprio sulla via del ritorno dopo aver abbandonato l'impresa. Oggi sull'Everest ci si va con le agenzie di viaggio. Con tecnologie inimmaginabili. Ogni anno arrivano in vetta centinaia di cordate. Nel maggio 1996 a raggiungerla furono 86, tra uomini e donne. Undici non tornarono. La montagna più alta del mondo continua a mietere vittime, ma anche a produrre record: la prima donna, la prima solitaria... Fra poco, ironizza Messner, vedremo in cima all'Everest il primo cane, o magari il primo parapendista con gli sci. Anche l'Everest è banalizzato. L'epoca eroica, quando si cercava ancora la via per arrivarci e ogni roccia era un problema alpinistico da risolvere, è esaurita. Oggi si sa come va affrontato il secondo gradino, e per dove si può passare. Grazie anche ai chiodi e alle corde fisse. Messner è sicuro: Mallory non è arrivato in cima. Hillary, con Tensing, nel 1953 fu davvero il primo ad arrivarci e a fare ritorno, «quindi merita più rispetto del primo che è stato lassù». E Mallory? Messner gli fa dire: « Così, alla fine, continuai a essere un mito, sfuggito a tutte le ricerche, senza destino, solo più spirito, per sempre un mistero ». Oggi Mallory è in pace?
 

        (MI) 18 Novembre  2002